L’opera proviene dalla storica Collezione Torlonia ed è documentata già all’inizio dell’Ottocento. Per molto tempo è stata considerata una semplice copia realizzata nella cerchia di Leonardo. Ma negli ultimi anni, restauri e indagini diagnostiche hanno riaperto il dibattito. Sotto la superficie pittorica, infatti, sono emersi dettagli inattesi: pentimenti, correzioni, variazioni compositive che normalmente non appartengono a una replica. Come se l’artista avesse ripensato l’opera durante l’esecuzione, proprio come accade nei lavori originali.
Anche la qualità delle velature e dello sfumato ha colpito gli studiosi. Alcuni restauratori hanno ipotizzato che Leonardo stesso possa aver contribuito almeno in parte alla definizione del volto, intervenendo direttamente accanto ai suoi allievi. Un’ipotesi suggestiva, che trasformerebbe il dipinto da semplice copia a testimonianza viva del lavoro della bottega vinciana.
Non tutti, però, concordano. Altri storici dell’arte ritengono che si tratti di una versione più tarda, forse seicentesca, legata alla straordinaria fortuna che la Gioconda ebbe nei secoli successivi. Ed è proprio questa incertezza a renderla così affascinante: la “Gioconda di Montecitorio” non è soltanto un dipinto, ma un enigma ancora aperto, sospeso tra attribuzione, memoria e leggenda. Un’opera che continua a interrogare studiosi e visitatori sul confine sottile tra copia e originalità, tra imitazione e presenza autentica del genio di Leonardo.